CORONAVIRUS: come proteggersi?

Le parole sono importanti! Lo hanno chiamato Coronavirus.

Curioso, la corona si porta sulla testa ed è proprio lì che il virus comincia ad attecchire.

Ha la forma di una pallina piena di ventose pronte ad attaccarsi ai tuoi occhi, attraverso le immagini diffuse in rete e dai media; ventose che si attaccheranno ai tuoi pensieri come un Geco che, attaccato al soffitto della tua stanza, ti fa sentire che c’è una presenza. Alcuni lo snobbano, altri lo temono, per altri è un animaletto con cui divertirsi e da poter studiare. Sta di fatto che quello sta lì e intanto, nella tua testa, germogliano pensieri che cresceranno moltiplicandosi fino a quando il tuo corpo comincerà a sentire fisicamente le conseguenze delle emozioni che tali pensieri suscitano.

Ipotizziamo che tu sia in cucina, o in salotto, intento a svolgere le tue attività quotidiane. Tranquillo. Ignori che sul soffitto della tua stanza c’è un Geco in attesa di cibo. Magari, quando sarà già sera, entrerai in camera e lui sarà già sparito saziato dal suo banchetto di insetti. Tranquillo, ti metterai a letto e riposerai sonni beati per risvegliarti poi (se sei fortunato) il giorno dopo, pronto ad un nuovo inizio.

Coronavirus – il Geco beato

Immaginiamo adesso uno scenario diverso, ipotizziamo che tu sia in cucina, o in salotto ed in televisione o sul tuo telefono in qualche social o in qualche chat, si cominci a parlare dei Gechi nelle stanze da letto. Dell’ondata insolita di Gechi sui soffitti delle stanze da letto. Di come determinate condizioni (che guarda caso coincidono anche con quelle vissute da te) possano aumentare il rischio della presenza di questi Gechi sui soffitto delle stanze da letto di tutto il mondo. Foto ingrandite mille volte delle squame del Geco, inquadrature della sua lingua prensile, informazioni dettagliate di come le sue ventose restino saldamente appiccicate al soffitto per giorni e giorni dopo che questo è morto.

Gli amici su Facebook cominciano a condividere notizie importanti sui Gechi, sull’habitat ideale che li fa riprodurre. Articoli di “fonti certe” parlano di come ne esistano diverse specie, alcune addirittura velenose per l’atmosfera! Qualcuno racconta di come, mentre dormisse, gli sia caduto addosso un Geco e gli si sia infilato tra le lenzuola.

Coronavirus – nel letto….tra le lenzuola!

O di quanto, i più talentuosi ricercatori, siano riusciti a definirne le modalità di funzionamento, la struttura sociale, come si riproduca e di cosa effettivamente si cibi. Insomma: quello che fino a ieri era un piccolo animaletto, diventa il protagonista dei pensieri e dei discorsi di tutti.  Tanto che corri subito in camera da letto a controllare ovunque che non ce ne sia traccia alcuna. Tutte le sere ripeti il rito, disinfetti la stanza con tutti i prodotti chimici possibili che possano scongiurare il pericolo, persino ove i prodotti stessi potrebbero avere controindicazioni tossiche.

Tu hai paura.

E questa, occupa ogni spazio.

Coronavirus – la paura

Eppure, se non avessi acceso il televisore, se non avessi aperto il telefonino, se nessuno ti avesse mostrato le foto di quelle ventose che non si staccano più per giorni e giorni, forse staresti ancora in salotto a leggere quel romanzo che ti piace tanto o magari a giocare coi tuoi bambini che, scevri da qualsiasi condizionamento, vogliono soltanto divertirsi con te.

Prendo in prestito il caro Geco, non me ne voglia, per raccontare con una metafora come l’incubatrice più grande di qualunque male, di qualunque orrore, di qualunque pericolo: sia la nostra mente.

“Ma come è possibile che il nostro più grande pericolo sia proprio dentro di noi? Come può essere, il nostro strumento più tecnologicamente avanzato (e che secoli di evoluzione ci è costato affinare), il nostro peggior nemico?”

Se ci pensi persino un Ferrari, rampante motore italiano simbolo di uno Status così desiderabile, può uccidere se non viene guidato da un pilota esperto.

Coronavirus – la tua mente è un potente Ferrari

Ecco: la nostra mente è un motore potentissimo che va governato da un pilota esperto. Se non lo governi tu, qualcun altro lo farà a suo vantaggio. Un Ferrari abbandonato in strada, con le chiavi attaccate al quadro, farebbe gola a chiunque non credi?

Quando la tua mente è inconsapevole, o meglio tu sei inconsapevole di essere il pilota della tua mente, sei come quel Ferrari in strada con le chiavi attaccate al quadro.

Chi sta guidando quando guardi la TV? Chi guida quando leggi i titoli e i trafiletti? Chi guida quando condividi notizie sentite dire ad altri e che non hai verificato per esperienza diretta?

Riconosciti il lusso di rimanere per qualche istante seduto nel tuo Ferrari con gli sportelli chiusi. Respira il profumo di quegli interni, senti la piacevolezza di quel volante fra le tue mani. Poi accendi il motore: WROOOOOOOAAAMMM! Lo senti com’è potente? A chi vuoi lasciarlo guidare?

Puoi diventare il pilota del Ferrari che è la tua mente e scegliere se e quale “Corona” indossare, ricorda la storia del Geco.

Ora tu mi dirai: “ma un Geco non è pericoloso come il Coronavirus”

Spiegalo alla Zanzara.

 

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AUTOSTIMA quando hai fatto l’ultimo check up?

“Non preoccuparti se gli altri non ti apprezzano. Preoccupati se tu non apprezzi te stesso” – Confucio –

“Sembra facile! Io voglio ottenere dei likes, voglio avere millemila followers, voglio essere splendida come le influencers che viaggiano in abiti strepitosi nei posti più belli del mondo!”

L’essenza del marketing, della pubblicità, del consumismo è incentrata sull’essere apprezzati dagli altri. Così può verificarsi che si tenda a voler aderire ai modelli che vengono promossi come vincenti, efficaci, validi. Sei riconosciuto se indossi quel capo firmato, se guidi quell’auto sportiva, se sventoli le bandiere del momento, se gridi gli slogan più in voga.

Ma se spengo gli schermi e tutte le insegne che vogliono comunicarmi che cosa è migliore al momento: CHI SONO realmente? Al di là delle uniformi sociali, collettive, politiche e relazionali: com’è la mia pelle?

Mi conosco davvero? Come mi valuto? Che stima ho di me?

-L’autostima è essenziale per la sopravvivenza psicologica. Come esseri umani siamo in grado di definire chi siamo, in altre parole di costruire la nostra identità e di attribuirle un valore. L’autostima è un senso soggettivo e duraturo di auto approvazione del proprio valore basato su appropriate auto percezioni (Giusti, 1994) –

Appropriate auto percezioni.

Prima di iniziare il mio viaggio di crescita personale, credevo di avere un’autostima alle stelle. Primeggiavo su tutti, apparivo decisa e determinata e riuscivo in ogni impresa decidessi di intraprendere. Mi sentivo addirittura superiore a molti altri e questo mi faceva sentire autorevole. Tuttavia ho scoperto nel tempo e nell’esplorazione approfondita di me e del mio inconscio, che lungi dall’essere solida, la mia autostima era invece assai fragile e bisognosa di apparire forte e decisa per celare la propria inconsapevole insicurezza.

Essendo inconsapevole del vero “stato di salute” della mia autostima, rispondevo inconsciamente a qualsiasi stimolo portasse sicurezza e rinforzo a quell’immagine distorta di me, proteggendo la fragilità della quale io stessa non mi rendevo conto. Le mie azioni, dunque erano mosse dalla necessità di difendere quell’immagine che credevo mi definisse agli occhi miei e degli altri.

Un po’ come potrebbe fare un attore o un’attrice che, pur di rimanere competitivo sulla scena, si fa mille lifting per cercare di mantenere l’immagine che lo ha reso famoso in passato.

 

Secondo Rollo May (1961) psicologo statunitense considerato insieme a Carl Rogers uno dei padri fondatori del Counseling, l’autostima deriva dal coraggio di permettere alla totalità del proprio sé di esistere, divenire e mantenersi autentico, ridimensionando il bisogno di accettazione esterna in favore dell’individuazione.

Mantenendo la metafora dell’attore, quindi, piuttosto che farsi il lifting per rimanere fedele all’immagine che ha portato al successo e che il pubblico desidera, rimanere fedele a se stesso rendendo favoloso e ammirevole anche il passare del tempo nella propria autenticità.

immagine positiva di sé

Lo stesso Carl Rogers afferma che le persone con un’elevata stima di sé, sviluppano una propria identità e non vivono in base agli introietti imposti loro da altri, mentre la paura del rifiuto porta l’individuo a nascondere o negare la propria espressione autentica.

Come posso definire quale sia la mia espressione più autentica, la mia identità?

C. André e F. Lelord (2000) sostengono che una buona stima di sé è fondata su tre componenti fondamentali:

* Amore di sé: ossia sentirsi degni d’amore e rispetto nonostante i propri difetti e i propri limiti

*Visione di sé: la convinzione delle proprie caratteristiche positive e negative

*Fiducia in se stessi: cioè la convinzione di essere capaci di agire adeguatamente nelle vicende della propria vita.

Tutte e tre queste componenti, come delle radici, affondano nel terreno della nostra infanzia. Traendo nutrimento dall’insieme di esperienze, aspettative e stimoli ricevuti dalle prime figure di riferimento: genitori, scuola etc.

La tipologia di “nutrimento” ricevuto, determinerà la crescita e la solidità dell’albero della nostra autostima.

Non tutti hanno avuto la fortuna di germogliare e crescere in un terreno sano e colmo di nutrimento. Alcuni hanno sviluppato risorse alternative per sopravvivere e riuscire comunque a crescere malgrado il terreno impervio e inospitale, per mantenere la metafora dell’albero.

Tuttavia se immaginiamo la nostra autostima come un organismo vivente insieme a noi, è importante ricordare che possiamo costantemente trasformarla, curandola, nutrendola e alimentandola in maniera sana, ripulendo le radici come farebbe un amorevole giardiniere, liberandola dai parassiti e favorendo una ricrescita rigogliosa e colma di frutti.

Che ne diresti di un check up dell’albero della tua autostima?

Se lo desideri, puoi prendere appuntamento e possiamo farlo insieme 🙂

Bibliografia:

L’Autostima vincere quasi sempre con le 3 A
E. Giusti A. Testi Edizioni Sovera 2018

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PER AMARE SCONFINATAMENTE, SERVONO CONFINI SANI

Cosa ti viene in mente se ti dico “confine”?

La prima sensazione, la prima immagine, la prima parola  che emerge in te da questo stimolo, ti dirà la percezione che hai del confine.

Per A. per esempio, il confine è una striscia di terreno che simbolicamente divide due territori, gli viene in mente la striscia di Gaza, un territorio di guerre in cui ciascuno dei confinanti reclama e ne rivendica la proprietà. Quindi confine come conflitto, limitazione, proprietà.

A G. invece, accade di provare subito una sensazione di avvolgenza, di comfort e protezione, mi parla di una morbida coperta che protegge il tepore del corpo dal freddo. In questo caso il confine è inteso come protezione, sicurezza, benessere

F. Mi risponde semplicemente “pelle”, dandone un’accezione più metafisica e filosofica che apre infinite possibilità di dibattito.

Molteplici  sono gli stimoli sul tema del confine. La storia per esempio ci racconta di come i confini siano cambiati nel tempo, tanto geologicamente come geograficamente.  Basti pensare all’Impero Romano che, partendo dalla piccola eppur importante area di Roma, si estese fino ad abbracciare  il nord dell’Africa, quasi tutta l’Europa attuale, e parte dell’Asia per poi nuovamente restringersi, (espansione e contrazione come di un respiro), fino ai giorni presenti in cui è una città cosmopolita con abitanti multietnici (2000 anni dopo) che sono l’insieme integrato ed evoluto delle tante terre straniere che un tempo ne furono parte

Di chi sono realmente, in questo caso, i confini oggetto di contesa? Appartengono a qualcuno? Quali sono le mie responsabilità verso i suddetti? In realtà i confini geopolitici hanno a che fare con me, relativamente. Ovvero in quanto cittadina di una Nazione piuttosto che un’altra.

Per esempio se la porta di casa e le mura sono confine della mia proprietà (o spazio abitativo). Tutto quanto è compreso all’interno delle mura domestiche è mia responsabilità, tutto ciò che ne è fuori è responsabilità condivisa con i confinanti, nella tutela del bene comune. In altre parole: io rispondo per ciò che è all’interno dei miei confini, del mio appartamento e i miei vicini rispondono per ciò che è all’interno dei loro. Insieme, siamo responsabili del bene comune rappresentato dal pianerottolo, dall’ascensore, l’androne del palazzo e tutto quanto sia di uso condiviso. Già questo esempio ci aiuta a comprendere come, sebbene i confini individuali siano ben definibili, questi pur sempre si intrecciano, si incontrano, partecipano anche con quelli dell’altro, degli altri inevitabilmente.

Vi è mai capitato di fare una festa con gli amici in casa vostra e che i vicini, superata una certa ora,  bussassero al muro per comunicarvi (anche senza parole) che forse era il caso di abbassare il volume? A me si. Ricordo bene il senso di imbarazzo nel diventare consapevole che stavo “invadendo” lo spazio dell’altro. Improvvisamente il divertimento sguaiato ha integrato quell’imbarazzo rimodulando l’atmosfera verso intrattenimenti meno rumorosi. Ho preso atto del confine dell’altro, di averlo oltrepassato (involontariamente) ed ho mediato con ciò che accadeva all’interno del mio confine, sviluppando una modalità di contiguità che permettesse ad entrambi, ciascuno entro i propri confini, di non rinunciare al godimento del proprio spazio nella misura desiderata.

La musica troppo alta del mio vicino di casa, infatti, seppur nei confini del suo appartamento, interferisce acusticamente sulla mia esperienza della quiete all’interno dei confini di casa mia.

Il confine ha una sua importanza. Sebbene sia vero, infatti, che le menti più brillanti e gli spiriti più evoluti e saggi, ci invitino continuamente ad andare oltre i confini; amare oltre i confini; volare con l’immaginazione oltre i confini; prendere consapevolezza della nostra “sconfinata” meraviglia; è altrettanto importante riconoscere che per oltrepassare un confine, questo debba in primo luogo esistere ed io debba prenderne prima coscienza, poi atto, dunque procedere a scegliere in quale misura rispettarlo, oltrepassarlo o semplicemente aprirlo all’opportunità di contatto con l’altro, come quando si apre una porta.

Quanto sono importanti sicché i confini?  Né più e né meno quanto la pelle, come dice F. nella sua risposta alla domanda iniziale. Se immaginiamo la pelle come un involucro all’interno del quale accade la magnificenza della perfezione organica di questa macchina chiamata corpo e che lavora incessantemente per farci sperimentare la vita; possiamo comprendere come questa pelle, pur contenendoci, non ci definisca. Tuttavia, senza di questa, sarebbe molto difficile sopravvivere al mondo che ci circonda.

Questo possono essere i confini: la possibilità di esprimerci completamente e liberamente come individui con l’opportunità di scegliere come stabilire un contatto con l’altro.

Il contatto, come lo conosciamo, è possibile infatti, solo grazie ai confini. Al nostro “perimetro” Se vuoi toccare fisicamente qualcuno, lo fai con le mani, con la pelle, con il confine fisico che circoscrive la tua energia nella materia. Se vuoi toccarlo interiormente, ricerchi con il tuo corpo emotivo (l’insieme, il perimetro, delle tue esperienze vissute, la consapevolezza delle tue emozioni, sensazioni, sentimenti) quello dell’altro, per risuonare o stridere con questo.

Immaginiamo anche i colori. Ogni colore ha “il confine” del proprio pigmento. Il verde, il giallo, il rosso, il blu, il rosa, il marrone, il viola… l’equilibrio che ne determina l’identità. Fin quando i loro confini cromatici sono delineati, possono creare addirittura l’arcobaleno, gli uni accanto agli altri. Se tuttavia “sconfinano” e si mescolano senza criterio e senza scelta tutti insieme, la risultanza sarà un insieme indefinibile tendente al nero. Cosa fa la differenza tra questo insieme indefinibile e, piuttosto, le sfumature di colori ulteriori che si possono ottenere dal mescolarne i primari? LA SCELTA.

Scelgo in che misura aggiungere del giallo al blu, per ottenere una specifica sfumatura di verde. Se poi voglio togliere al rosso intensità, aggiungerò del bianco e sarà sempre la scelta delle quantità dell’uno e dell’altro a darmi la proporzione del risultato che voglio ottenere sia questo rosso chiaro o più rosa.

Cosa c’entra tutto questo con te e con me?

Anche io e te abbiamo i nostri confini e, come nel caso dei colori, delle pareti di casa e dell’antica Roma, siamo responsabili di tutto quanto accade all’interno di questi, sta a noi decidere in che misura diventarne consapevoli. e così accedere alla nostra capacità di scegliere se, come e quando aprirci al contatto con l’altro e con l’ambiente esterno comune e condiviso, riuscendo a determinare la qualità e la tipologia di esperienza che vogliamo sperimentare.

Possiamo determinare la qualità e la tipologia di esperienza che vogliamo sperimentare

 

Se i nostri confini sono labili, infatti o peggio ancora non ne siamo completamente consapevoli, (Probabilmente fin da bambini nessuno ci ha insegnato quali siano, magari con un’educazione troppo permissiva o piuttosto estremamente severa), avremo difficoltà a riconoscere e proteggerci da un eventuale abuso; dalle azioni e modalità relazionali degli altri che violano i nostri confini.

Se perdessi sensibilità nella pelle, chiunque potrebbe tagliarmi senza che io me ne accorga. Viceversa, quando la mia pelle è sana, mi accorgo persino di una piuma che, come una carezza, mi sfiora e posso scegliere costantemente quanto e in che modo permettere all’altro di toccarmi ed entrare in contatto con me, oltrepassando il confine.

La vera maestria, come essere umano in primis e ancor più come professionista della relazione d’aiuto, consiste nell’allenare la capacità di rimanere sulla soglia.  La soglia del confine tra me e l’altro. Tra il mio universo esperienziale ed emozionale contenuto all’interno dei miei confini e l’universo esperienziale ed emozionale dell’altro contenuto nei suoi. Senza necessariamente far entrare l’altro nel mio né entrare io nel suo. Scegliendo piuttosto di incontrarci sulla soglia, nello spazio comune del nostro incontro che sceglieremo di occupare, creare metaforicamente ora solo con un dito, poi magari con un piede e infine con tutto il corpo, se ci andrà, in un contatto pieno.

Il mio percorso di crescita personale e poi professionale è consistito nei primi anni, quasi esclusivamente del prendere coscienza e letteralmente imparare a conoscere, ri-conoscere i miei confini.  Per sviluppare la capacità sempre più sana di rispettarli e scegliere liberamente se e quando oltrepassarli; e ancor meglio imparare a riconoscere quando qualcuno vuole violarli o  ne ha cura e rispetto altrettanto.

Anche con i miei clienti abbiamo fatto lavori bellissimi proprio sul rafforzamento dei confini individuali.

Posso dire “no”, se qualcosa non fa per me.

Posso dire “no” a qualcuno che ruba come un ladro la mia energia anche se questo è un membro della mia famiglia o colui che credevo il mio miglior amico.

Posso dire “no” a un’esperienza, per quanto invitante si mostri, se sento che sarebbe nociva al mio clima interiore.

Quando i miei confini sono sani, non temo più il contatto con l’altro e dunque posso finalmente dire anche “sì” consapevolmente, perché come dice  uno dei miei maestri il Prof. E. Giusti*:  “non mi abbandono più all’altro,  mi abbandono bensì a me stesso, in presenza dell’altro”. E questo, nella relazione, fa una differenza enorme; sia essa sentimentale, amicale, familiare, professionale o intergalattica

 

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*Bibliografia

“Confini Terapeutici. Professionali e Privati” [E. Giusti M. Pacifico G. Fiume – Sovera Edizioni 2013]

LA RESILIENZA

La Resilienza è  la “capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi.” (Wikipedia)

Sono cresciuta in una famiglia che mi ha riempita di stimoli fin da piccola. Ho imparato a creare, a cantare, a dipingere, ad essere responsabile e soprattutto a re-agire in modo pro attivo a qualunque avversità. Questo ho visto fare ai miei genitori nelle proprie vite e in famiglia, questo ho istintivamente propiziato nella mia.

Ho quasi 48 anni e di avversità ne ho attraversate parecchie, di varia natura, né più e né meno di tanti altri.  Traumi che, come un ciclo che ripete se stesso, si sono riproposti come un copione ogni volta con qualche elemento diverso. Come un appuntamento con la possibilità di sperimentare la stessa circostanza facendo scelte diverse.

Nei primi decenni della mia vita, il pensiero dominante era: “uffa, ma perché capita sempre a me?”   Poi il pensiero è diventato: “Ancora? Perché di nuovo?”  Fino a che ho compreso che non erano le circostanze a ripetersi all’infinito, ero io che come un disco rotto attiravo ripetutamente la stessa esperienza (seppur inconsapevolmente) per darmi sempre nuove opportunità per risolverla in maniera favorevole. Come lo stesso nodo che torna al pettine per essere sciolto.La ciclicità del tempo e la resilienza

Una volta raggiunta la consapevolezza di non essere spettatrice passiva di un’ingiustizia, bensì creatrice inconsapevole di un copione modificabile, mi sono regalata la possibilità di avere una guida esperta, una psicoterapeuta che pazientemente e con amore, mi accompagnasse nei meandri dell’inconscio, dove avevo ammucchiato scatoloni su scatoloni di emozioni inevase. Inascoltate.

Ogni scatolone era pieno di qualche dolore inascoltato pieno di paura e con questa, tanta tanta energia bloccata. Come un nodo.

Ogni volta che la vita mi aveva ri-presentato il trauma, io avevo reagito con fermezza. Senza esitare, come chi viene ferito e si rialza subito quasi alienato e dice: “non è successo nulla, non mi sono fatto niente”, per non dare soddisfazione al nemico, alla paura, all’aggressore. Per non deludere gli spettatori, le aspettative degli altri, le mie. Con apparente resilienza.

Ricordo ancora alcuni che al funerale di colui che fu mio marito, dicevano: “Mujer! Tu eres de acero!” (Donna, tu sei d’acciaio!) Nemmeno una lacrima versata davanti agli altri. Solo la bruciante necessità di reagire per paura di perdermi nel dolore. Quella stessa paura che già mi aveva fatto accumulare montagne di “scatoloni” nell’inconscio.

Ero una Fiamma d’acciaio invulnerabile ai colpi. Credevo.

Meravigliosa ciclicità nella vita che mi riporta allo stesso punto una volta ancora.

Una volta ancora, oggi, vengo travolta da un accadimento traumatico, (di cui certamente racconterò approfonditamente fra qualche tempo)

Sono stata attirata con l’inganno nel “Bosco delle Meraviglie”, e ho permesso al lupo di rubare la luce della mia chioma nera come la notte. Ho vissuto un’esperienza di tortura fisica e ho visto bruciare la mia ingenuità. Sono uscita da quel “bosco” traumatizzata. Brutalizzata. I miei capelli svuotati dalla vita e dalla lucentezza in un procedimento doloroso che li ha  fatti cadere a grappoli davanti ai miei occhi increduli. Trasformati in stoppa. Certamente un’inezia, rispetto alle tante altre occasioni traumatiche ben più dolorose vissute finora.

“i capelli ricrescono” è vero.

Tuttavia questa volta è accaduto qualcosa di diverso. Stavolta ho scelto di accogliere il trauma.

Stavolta ho deciso di sperimentare una modalità diversa. E invece di nascondere il mio dolore, la vittima, la mia vulnerabilità, ho scelto di lasciarla esistere, anche perché la mia chioma gialla e bruciata è impossibile da nascondere. Persino a me stessa.

Ho scelto di permettere al dolore di prendere spazio. Di essere. L’ho ascoltato. Ho messo da parte la voglia di mostrarmi invulnerabile per timore di deludere, di rimanere indietro. Mi sono fermata.

Come se avessi avuto di fronte quella bambina ferita che non capisce perché qualcuno possa volerle procurare dolore. Piccola bimba dai capelli d’oro (bruciati)

E per la prima volta ho davvero compreso cosa significhi la resilienza.

In psicologia, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.” (Wikipedia)

Anziché mostrarmi dura come l’acciaio, al colpo; stavolta l’ho accolto, avvolto. Ammortizzandolo come un cuscino che depotenzia la forza d’urto.

Sono entrata in questo mio dolore completamente, ed ho compreso il dolore di molte altre persone che vivono situazioni simili, ben più gravi.

Ho sentito nella mia paura la paura di quelle persone che si guardano allo specchio giorno dopo giorno senza riconoscersi perché impegnate nel combattere una malattia spietata. Ho sentito nel mio imbarazzo, l’imbarazzo e lo sconforto di chi per una qualche ragione si trova trasformato dal tempo, dagli ormoni, da situazioni di stress che generano alopecia.

Ho ascoltato e compreso nel mio, quel dolore di chi sente negli altri la paura e la necessità di rassicurare sé stessi ed il proprio timore, nel consolare me.

La difficoltà dell’altro di ascoltare, di entrare in contatto realmente con il mio dolore.

Ho scoperto che questo dolore è prezioso, è un filtro per riconoscere l’amore.

Solo chi è capace di stare in contatto con il mio dolore e trattarlo con amore e cura, desidero accanto.

Sono una professionista della relazione d’aiuto e, mentre curo le mie ferite, sono riconoscente al fuoco che m’ha bruciata rendendomi umana, meravigliosamente vulnerabile. Capace di entrare in contatto con l’altro anche in questo dolore. Con amore.

“Accedi a te attraverso me”

SOGNARE PER CREDERE

Iniziamo a sognare già nel grembo materno, sul piano psichico la funzione del sogno è quella di ricollegarci alla presenza primaria (F. Fornari) come un cordone ombelicale che ci collega al tutto. Ad un’energia assoluta, attraverso le cui forme, prendiamo forma e materia.

Se fin dagli antichi tempi, da Eraclito (IV sec. a.C) ad Artemidoro di Lidia (II sec. d.C), l’oniromanzia ha cercato di definire origine ed interpretazione dei sogni, secondo il principio della libera associazione attribuendo al Sogno potere terapeutico, profetico e divinatorio; molti hanno dedicato studio a questo fenomeno così curioso, in cui sembriamo essere attivi oltre il controllo fisico. Di fatto, nella fase REM quella in cui stiamo sognando, il nostro corpo viene immobilizzato dal cervello, come in un meccanismo di difesa che disconoscono i sonnambuli che, invece, riescono ad alzarsi e dare vita al sogno anche col corpo.

Freud dedicherà i suoi studi ad analizzare il processo che struttura i sogni e successivamente Jung si focalizzerà sulla metafora costituita dal sogno, per il sognatore.

Per Jung sono le immagini la chiave di lettura dei sogni, ovvero cosa tenta di dirci il nostro inconscio mettendo in scena quella particolare scena.

C’è addirittura il sogno lucido di Inception [2010], una pellicola geniale che mostra come effettivamente lo stato di presenza all’interno di un sogno, possa lasciare spazio ad una creazione consapevole di scenografie funzionali per la nostra realtà.

Ce n’è da perdersi nel sogno, un argomento tanto vasto quanto coinvolgente che ci invita insistentemente a porre l’attenzione su quel sottile limite tra sogno e realtà, un po’ alla Matrix [1999].Cosa possiamo utilizzare per evitare di perderci nei meandri onirici privi di parametro cosciente?

Fritz Perls, il padre della Gestalt, ha avuto l’intuizione di porre l’accento sul PRESENTE. Sul QUI E ORA del sogno e del sognatore, favorendo l’integrazione e la consapevolizzazione che tutti gli elementi del sogno sono frammenti della personalità del sognatore . Fritz Perls dice: “Nel sogno o nel perimetro del sogno, nell’ambiente del sogno, troviamo tutto quello che ci serve: le difficoltà esistenziali, la parte mancante della personalità, tutto quanto” (La Terapia Gestaltica parola per parola. Roma, Astrolabio – Ubaldini 1980)

Immaginiamo di poter osservare i nostri sogni, trovando in ciascun elemento di questi, un indizio un messaggio, un’opportunità di esplorazione di qualcosa che a livello cosciente non riusciamo a vedere. Ecco che Perls parla di fare esperienza di un sogno, piuttosto che di analizzarlo. Un ascolto attento e partecipe dei sogni, può diventare un prezioso valore aggiunto anche nella relazione di aiuto e insieme al Counselor può essere interessante lavorare sui sogni in modo creativo focalizzando sull’esperienza nel qui e ora.

E tu? Cosa hai sognato stanotte?

Magari non te lo ricordi, può capitare di non ricordare i sogni, sebbene ne abbiamo fatti, possiamo tuttavia allenarci a ricordarli progressivamente sempre meglio iniziando a tenere un DIARIO DEI SOGNI. Io ho scelto di comprare un bellissimo quaderno con una piuma disegnata sopra, una penna romantica (perché si inizia a sognare già da prima di dormire) ed ho iniziato a trascrivere i miei sogni, quando li ricordavo, appena sveglia. Scrivo la data, il sogno, e le sensazioni che ho provato nel sogno e nel trascriverlo al risveglio. Ti posso assicurare che è incredibile come già con questo gesto semplice, si possa fare colazione con l’inconscio e cominciare a comprenderne un po’ di più i messaggi. Anche se non ricordo e credo di non aver sognato, scrivo la data e indico che quella notte non mi ricordo nulla.

Prima di addormentarmi stabilisco l’intenzione di sognare, come se dessi un’istruzione precisa sul da farsi. Provare per credere!Un altro alleato prezioso per i sognatori è IL COMPAGNO DI SOGNO, qualcuno con cui condividere il sognato e commentarlo. Come un diario vivente della nostra attività onirica. Io ho scelto il mio amico Marco e addirittura, a volte, ci è capitato di sognare esattamente lo stesso sogno, la stessa notte, a proposito di inconscio collettivo. Stai già pensando a chi potrebbe essere il tuo?

Infine: il sogno può simboleggiare alienazione o può rappresentare uno strumento prezioso, se utilizzato in modo consapevole, per ritrovare senso nel qui e ora ed anche per divertirsi a uscire dagli schemi rigidi che ci impediscono di accedere a tutte quelle informazioni che l’inconscio, creativamente, riorganizza in sogno.

Allora: Sogni d’oro!